Comunicati Stampa

Comunicati Stampa / 13.02.2014


Con oltre due milioni di giovani (nella fascia d'eta 15-29 anni), il 23,9% del totale, che non studiano e non sono impegnati in un'attività lavorativa (i cosiddetti "Neet"), istruzione e lavoro dovranno entrare con forza nell'agenda di rilancio dell'attività di governo. Ma anche altri numeri vanno rapidamente migliorati, a partire da una pressione fiscale record. Nel 2012 ha raggiunto il 44,1%, 3,6 punti percentuali in più rispetto alla media Ue a 27.
Nel 2012 il Pil pro capite in termini reali, valutato ai prezzi di mercato, è di 22.807 euro e rispetto all'anno precedente c'è stato un calo del 2,8 per cento (in termini reali). In diminuzione anche la produttività del lavoro dell'1,2 per cento (2012 su 2011). E negli ultimi 10 anni si è ridotta, pure, la quota di mercato delle esportazioni sul commercio mondiale (si è passati dal 4 per cento del 2003 al 2,7 del 2012), mentre nel 2011 circa il 58 per cento delle famiglie (vale a dire 6 su 10) ha conseguito un reddito netto inferiore all'importo medio annuo (29.956 euro, circa 2.496 euro al mese).  
Una famiglia su quattro è in una situazione di "deprivazione" ovvero ha almeno tre dei 9 indici di disagio economico come per esempio non poter sostenere spese impreviste, arretrati nei pagamenti o un pasto proteico ogni due giorni. L'indice è cresciuto dal 22,3% del 2011.
L'Italia è fanalino di coda in Europa anche per competitività di costo delle imprese: ogni 100 euro di costo del lavoro il valore aggiunto si attestava nel 2010, ultimo anno di confronto con l'Ue, a 126,1%, dato peggiore in europa, contro il 211,7% in Romania. Nel 2011 in Italia la competitività è migliorata (128,5%). L'indicatore sintetico del successo dell'impresa nel sistema competitivo è calcolato come rapporto tra valore aggiunto per addetto e costo del lavoro unitario. Rappresenta una sintesi della misura di efficienza dei processi
produttivi e fornisce, pertanto, indicazioni sulla competitività in termini di costo. In Italia l'indice di competitività ha perso quasi 10 punti dal 2001 al 2010 (da 135,8 a 126,1) mentre in Romania (prima nella graduatoria) si è passati da 163,4 a 211,7. In Europa l'indice medio nel 2010 era a 144,8 in calo di un punto dal 2001. In calo anche la competitività delle imprese francesi a un passo dalle italiane con 128,8 punti nel 2010.

Comunicati Stampa / 12.02.2014

       
  
Roma, 7 febbraio 2014

                                      

                             

Interpellanza urgente

 



Al Ministro dell’economia e delle finanze

Per sapere – premesso che

il comma 8 dell'articolo 9 del decreto legislativo 14 marzo 2011 n. 23 ha disposto l'applicazione in ambito IMU dell'esenzione ICI prevista dall'articolo 7, comma 1, lettera i) del decreto legislativo 30 dicembre 1992 n. 504, in relazione agli immobili degli enti non commerciali destinati esclusivamente ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive;

il Governo Monti, attraverso l'articolo 91-bis, comma 1, del decreto-legge 24 gennaio 2012 n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012 n. 27, come successivamente integrato dal comma 6 dell'articolo 9 del decreto-legge 10 ottobre 2012 n. 174, ha circoscritto l'esenzione IMU agli immobili nei quali tali attività sono svolte «con modalità non commerciali», delegando a norme di rango secondario sia il disciplinare dei presupposti della nozione di commercialità, sia i contenuti della dichiarazione che gli enti sono chiamati ad assolvere nei casi di utilizzo «misto» degli immobili (per attività a contenuto commerciale e non), allo scopo di richiamare a tassazione solo la quota-parte alle prime riferita;

la delega circa la definizione del rapporto di proporzionalità tra attività commerciali e non, il cui termine era previsto al 23 maggio 2012, è stata assolta sei mesi dopo, con la pubblicazione del decreto ministeriale 19 novembre 2012 n. 200;

tale decreto ha disciplinato il presupposto dell’esercizio commerciale declinandolo sulla base di criteri che non hanno trovato riscontro nella norma originaria mutuata dall’ICI che aveva disciplinato, per quasi un ventennio, la tassazione degli immobili devoluti alle attività istituzionali degli enti non profit;

la nozione di commercialità, da cui dipendono i presupposti di applicabilità del tributo, risulta avulsa dal contesto legislativo consolidato in materia di reddito e di Iva, essendo stato disarticolato il piano di approccio alla tassazione di ciò che il legislatore intende per commerciale, in termini tra loro contraddittori e rendendo di fatto impossibile un corretto assolvimento del tributo;

nel decreto, inoltre, il trattamento del rapporto tra socio e associazione è stato equiparato de facto a quello tra ente e terzo non-socio, giustapponendo per tale via le logiche, viceversa distinte, del corrispettivo e dell'autofinanziamento, l'una espressione della concorrenza e del mercato, l'altra delle scelte interne di autodeterminazione democratica e partecipativa degli aderenti, pertanto non influenzata dalle regole dell'economia «esterna», bensì guidata dalla mission dell'ente e dalla programmazione delle attività giudicate necessarie e sufficienti ad attuarla;

infine, tale decreto nel prevedere una nozione di commercialità vincolata al criterio del “corrispettivo simbolico” per le associazioni culturali, ricreative e sportive, non ha emanato disposizioni esplicative in merito alla determinazione dei parametri di confronto, necessaria per l’obiettivo apprezzamento del carattere di simbolicità, generando ulteriori incertezze;

lo stato di confusione e la paralisi applicativa derivati dalla complessità del meccanismo, dall’assenza di parametrazioni precise, dall’estraneità del modello legale delineato rispetto a quello più generale che interessa le attività commerciali degli enti non profit, e dall’assimilazione delle attività rivolte al mercato con quelle più strettamente mutualistiche e solidali  impongono, di fatto, la necessità di attivare nell’immediato iniziative tese a ristabilire la certezza del diritto e a sanare le contraddizioni che incrinano la linearità dalla disposizione, consentendo agli enti di accedere ad uno strumento semplificato di assolvimento dell'imposta;

le contraddizioni poste in essere dalla farraginosità del meccanismo di tassazione delineato dal citato decreto, se non sanate tempestivamente, rappresenterebbero un grave danno per le migliaia di organizzazioni non profit e di quanti beneficiano delle loro attività e servizi;  

per tutti questi motivi il Governo, accogliendo nella seduta della Camera del 18 giugno 2013 l’ordine del giorno n. 9/1012-A/6, presentato dall’interpellante, si è impegnato a valutare la possibilità di una revisione della normativa IMU relativamente agli enti non commerciali e del modello di tassazione previsto dal decreto sopracitato -:

se non ritenga che tale situazione di incertezza normativa in materia di imposizione Imu per gli enti non commerciali possa generare occasione di contenzioso, con grave nocumento tanto per gli enti interessati quanto per l'erario stesso;

quali iniziaitve intenda adottare al fine di rendere esecutivi gli impegni assunti dal Governo con l’accoglimento dell’ordine del giorno richiamato in premessa, affinché gli enti non commerciali siano tenuti al pagamento dell'IMU solo per gli immobili (o porzioni di essi) effettivamente destinati ad attività commerciali e con modalità coerenti coi presupposti della tassazione delle attività svolte dai medesimi enti in ambito di reddito e di IVA.

On. Beni, Baruffi, Giacobbe, Miotto, Bindi, Martella, Tullo, Iori, Bargero, Realacci, Ginefra, Grassi, Manzi, Maestri, Incerti, Lenzi, Montroni, De Maria, Gnecchi, Bobba, Carnevali, Capone, Cuperlo, Biondelli, Petitti, Arlotti, Tidei, Impegno, Misiani, Fabbri, Ermini, Murer, D'Incecco, Patriarca, G. Guerini, Causi.

 

 

 

 

 

 

Comunicati Stampa / 11.02.2014



Nota dell’on. Gero Grassi – Vicepresidente Gruppo Pd Camera dei Deputati
 
Ottimo incontro del Gruppo Camera PD con il segretario Matteo Renzi.
Prevale senso di responsabilità verso le Istituzioni, consapevolezza del ruolo del PD nel fare le riforme ed il coraggio della politica del fare.
La legislatura in corso ed il Governo Letta hanno un senso se il PD è il motore delle riforme: legge elettorale, abolizione del bicameralismo perfetto, trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie e modifica del titolo quinto della Costituzione.
Alla politica conclamata si antepone quella dell'operare.
Senza ambiguità e senza inciuci ma nella convinzione che chi ha filo da tessere, può e deve farlo. Altrimenti è giusto che passi la mano.
Il Paese non può attendere nè le riforme, nè i provvedimenti che diano occupazione, sviluppo e ripresa economica.