Comunicati Stampa

Comunicati Stampa / 22.01.2015

 

L'occupazione è elevata in particolare tra i dottori delle Scienze matematiche, informatiche, dell'Ingegneria industriale e dell'informazione; risulta più bassa tra i dottori delle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche.
(AGI) - Nel 2014, a quattro anni dal conseguimento del titolo (2010), lavora il 91,5% dei dottori di ricerca mentre e' in cerca di un lavoro il 7%. A sei anni dal conseguimento del titolo (2008) lavora invece il 93,3% (un valore ancora molto elevato e solo in leggera diminuzione rispetto all'edizione precedente) e cerca un lavoro il 5,4%. Permane dunque il vantaggio competitivo associato al dottorato di ricerca. Lo rileva l'Istat sottolineando che "l'occupazione e' elevata in tutte le aree disciplinari, in particolare tra i dottori delle Scienze matematiche e informatiche e dell'Ingegneria industriale e dell'informazione (oltre il 97% lavora a sei anni dal dottorato e oltre il 95% a quattro anni); risulta piu' bassa tra i dottori delle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche (intorno all'88% in media)". A sei anni dal conseguimento del titolo, la quota di occupati con un lavoro a termine e' pari al 43,7%, mentre raggiunge il 53,1% tra i dottori osservati a quattro anni. Il dato e' in crescita rispetto all'indagine precedente, quando era del 35,1% e del 43,7%. Il 73,4% dei dottori occupati del 2008 e il 74,4% di quelli del 2010 svolgono attivita' di ricerca e sviluppo. La quota e' piu' bassa tra le donne: 3 su 10 sono impegnate in attivita' lavorative per nulla connesse alla ricerca. La soddisfazione generale rispetto all'attivita' lavorativa e' di 7,2 punti su un massimo di 10. Piu' alta la soddisfazione per l'autonomia e le mansioni svolte, piu' contenuta quella per le possibilita' di carriera e la sicurezza del lavoro. Le donne manifestano livelli di soddisfazione inferiori su tutti gli aspetti.... 
 
Comunicati Stampa / 20.01.2015

 
 


Nella crisi tutti i paesi euro in deficit hanno aggiustato i conti con l’estero. Il saldo dell’Italia è passato da -3,5% a +1,5% del PIL, quello della Spagna da -9,6% a +0,5%. Il surplus tedesco è, invece, rimasto invariato a livelli insostenibili (+7,1%), oltre le soglie europee; con perdita di benessere per tutti.

Per leggere il testo clicca qui 
 





Comunicati Stampa / 18.01.2015

 

Secondo l'ultima indagine dell'Istituto italiano di statistica, rispetto al 2013 la quota è scesa dal 43% al 41,4%. In crescita gli ebook e l'editoria per ragazzi
 
Istat - Nel 2014, oltre 23 milioni 750 mila persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l'intervista, per motivi non strettamente scolastici o professionali. Rispetto al 2013, la quota di lettori di libri è scesa dal 43% al 41,4%.
La popolazione femminile mostra una maggiore propensione alla lettura già a partire dai 6 anni di età: complessivamente il 48% delle femmine e solo il 34,5% dei maschi hanno letto almeno un libro nel corso dell'anno.
La quota di lettori è superiore al 50% della popolazione solo tra gli 11 ed i 19 anni mentre la fascia di età in cui si legge di più è quella tra gli 11 e i 14 anni (53,5%).
La propensione alla lettura è fortemente condizionata dall'ambiente familiare: leggono libri il 66,9% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 32,7% di quelli con genitori che non leggono libri.
Nel Mezzogiorno la lettura continua ad essere molto meno diffusa rispetto al resto del Paese: meno di una persona su tre nel Sud e nelle Isole ha letto almeno un libro (la quota di lettori è rispettivamente il 29,4% e il 31,1% della popolazione).
Si legge di più nei comuni centro dell'area metropolitana: la quota di lettori è al 50,8%, ma scende al 37,2% in quelli con meno di 2.000 abitanti.
Quasi una famiglia su dieci (9,8%) non ha alcun libro in casa; il 63,5% ne ha al massimo 100.
I "lettori forti", cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 14,3% dei lettori, una categoria sostanzialmente stabile nel tempo.
 
 
Comunicati Stampa / 17.01.2015

 

La Banca nazionale ha deciso a sorpresa di lasciar fluttuare liberamente la valuta nazionale, eliminando il tetto minimo di 1,20 franchi per euro in vigore dal 2011. Di conseguenza la moneta si è subito rafforzata, scatenando timori di un indebolimento delle esportazioni.
Berna dice addio, a sorpresa, al “tetto minimo” per il cambio tra il franco e l’euro. E scatena il panico in Borsa ma anche tra i piccoli risparmiatori. In pratica la Banca nazionale svizzera ha deciso, in modo del tutto inatteso dai mercati, di lasciar fluttuare liberamente la valuta nazionale, che dal settembre 2011 viene artificialmente mantenuta “debole” per favorire le esportazioni e il mercato del lavoro. Qualcosa di simile a quello che avveniva in Italia negli anni ’90, quando Roma riduceva il valore della lira per far recuperare terreno ai propri prodotti sui mercati internazionali. Non per niente si parlava di “svalutazioni competitive“. La Svizzera più di tre anni fa ha introdotto, con lo stesso intento, una soglia di 1,20 franchi per un euro sotto la quale la moneta non poteva scendere.
Il presidente della Swiss national bank, Thomas Jordan, solo dieci giorni fa aveva definito il tetto “assolutamente centrale” e irrinunciabile. Oggi il dietrofront, arrivato come un fulmine a ciel sereno. Il tasso di cambio minimo, si legge in una nota della Banca nazionale, “è stato introdotto in un periodo di sopravalutazione eccezionale del franco e di un alto livello di incertezza nei mercati finanziari”, ma ora “non è più giustificato” perché “per quanto la valutazione del franco sia sempre alta” ora “l’euro si è deprezzato in modo considerevole rispetto al dollaro con il conseguente indebolimento del franco rispetto alla moneta Usa”.